La Città Analoga, la Mappa
@misc{rossi2015la,
author = {Aldo Rossi and Eraldo Consolascio and Bruno Reichlin and Fabio Reinhart},
editor = {Dario Rodighiero},
title = {La Città Analoga, la Mappa},
publisher = {EPFL Archizoom},
year = {2015},
url = {https://infoscience.epfl.ch/record/209326}
}
Questa nuova pubblicazione de La Città Analoga, opera realizzata da Aldo Rossi, Eraldo Consolascio, Bruno Reichlin e Fabio Reinhart per la Biennale di Architettura di Venezia del 1976, fa parte di un’installazione museografica per la mostra Aldo Rossi – La finestra del Poeta (Celant e Huijts 2015) al museo Bonnefanten di Maastricht. Per esplorare e approfondire quest’opera fondamentale, Archizoom si è affidata a Dario Rodighiero, dottorando nel programma di Architettura e Scienze delle Città e designer presso il Digital Humanities Lab (DHLAB) dell’EPFL. Concepita come un vero e proprio progetto urbano, La Città Analoga mostra un’aggregazione di architetture tratte dalla memoria collettiva e personale. Cosa succede se isoliamo le forme che Aldo Rossi e i suoi amici hanno posto così consapevolmente in relazione tra loro? Rodighiero l’ha semplicemente scomposta nei riferimenti originali per poi restituire i frammenti all’opera, permettendo così di vedere simultaneamente il lavoro e il suo vocabolario visivo. Un’applicazione basata sulla realtà aumentata è stata creata per accompagnare questa pubblicazione, mostrando i riferimenti completi del collage su diversi strati sospesi sopra l’opera. Scaricando l’applicazione gratuita e installandola sul proprio tablet o telefono, è possibile ricreare l’esperienza museale ovunque e in qualsiasi momento.
Una sottrazione di peso
Dario Rodighiero, aprile 2015
La Città Analoga non è solo un’opera che dispone su uno spazio piano il proseguimento del passato, un dialogo col presente e un confronto con i propri ideali, con la memoria. Mi piace pensare che La Città Analoga sia un’alternativa reale. È così che sono diventato abitante di questa città, e ho iniziato pazientemente a ricostruirne la sua storia, dai quartieri alle strade, dai monumenti alle abitazioni. Ho parlato con le persone che hanno abitato in questa città e ascoltato le storie degli autori, degli studiosi d’architettura e dei semplici flâneurs.
Ho trovato ispiratrice l’idea di Bernardo Secchi (2000) che riconosce l’urbanistica come un insieme di tracce: pratiche reali che modellano la città, donandole forma col passare del tempo, col sovrapporsi delle stesse. Secchi afferma inoltre che esiste un altro substrato che si intreccia alle pratiche e integra i frammenti lasciati da esse: il substrato dei discorsi. Dopo mesi, se mi fosse chiesto di riflettere sulla ricerca, direi che La Città Analoga è un tessuto urbano formato da tracce e discorsi: tracce di tutti quegli oggetti, reali e irreali, che sono diventati segno sulla carta; discorsi di tutti quegli autori, critici, storici, architetti, in egual modo abitanti della stessa città.
L’idea esisteva già, prende forma in un edificio progettato dallo stesso Aldo Rossi, il museo Bonnefanten. Quale miglior mezzo per illustrare ai visitatori, ai nuovi abitanti di questa città, la ricchezza di questo tessuto cittadino se non con una mappa stradale? Un oggetto talmente semplice e riconoscibile, da non aver bisogno di istruzioni.
Sebbene negli ultimi decenni le tecnologie ne abbiano cambiato la forma, la mappa conserva il ruolo di strumento di orientamento, che aiuta a riconoscere i riferimenti di un territorio e a familiarizzare con esso. Una volta presa la mappa, non resta che avventurarsi per le strade, frequentare i quartieri, stupirsi degli imprevisti che solo una città può nascondere, e riscoprire il piacere di perdersi per ritrovarsi, improvvisamente, a destinazione.
La mappa è stata pensata come uno strumento per conoscere La Città Analoga. Fa parte di un’installazione museale all’interno dell’esposizione Aldo Rossi – La finestra del Poeta, Opera Grafica 1973–1997 (Celant e Huijts 2015) che verrà inaugurata a Maastricht nel giugno successivo.1 Questo lavoro nasce dalla collaborazione tra il museo Bonnefanten e la Scuola politecnica federale di Losanna (EPFL), nello specifico rappresentata dalla galleria Archizoom e dal laboratorio di Digital Humanities.
La mappa consiste in un semplice foglio impresso su ambo i lati. Una parte mostra una stampa di grande formato dell’opera e i nomi dei riferimenti ordinati temporalmente; l’altra, i testi di Fabio Reinhart e Aldo Rossi, accompagnati dalla lista dei riferimenti e delle relative immagini, riportate nella loro interezza così come stampate sui libri.
Ogni processo di storicizzazione ha i suoi tempi e finora i frammenti della Città Analoga non erano mai stati svelati completamente. Durante questa pratica di ricostruzione e decostruzione della città, sono riaffiorati elementi importanti e nascosti, gli abitanti: le persone che hanno dato forma alla città e che ne hanno discusso con le loro idee e i loro racconti. Tutte le loro storie sono interessanti, e dispiace che non ci siano tutte e che non ci sia stato tempo di ascoltarle tutte.
I riferimenti della Città Analoga sono stati estratti da libri esistenti, gran parte del lavoro archeologico si è svolto nelle biblioteche e negli archivi, sia materiali che digitali. Immedesimandomi negli architetti della città, ho cercato di recuperare tutte quelle pubblicazioni che da loro sono state con cura scelte, fotocopiate, ritagliate e assemblate nella creazione di questo collage collettivo, conservato ora nei sotterranei del Centre Pompidou, a Parigi (Figura 1).
Tutti i riferimenti bibliografici sono quindi pubblicazioni già esistenti nella primavera del 1976, quando La Città Analoga è stata composta. I riferimenti che appaiono posteriori, sono riconducibili agli archivi privati degli autori stessi.
Ripeto volentieri le parole di Aldo Rossi dicendo che questo ultimo progetto mi è particolarmente caro, esso è un progetto di affezione. Parlare con le persone mi ha permesso di comprendere la stima del pensiero di Rossi tra gli architetti (non tutti), e la fatica degli autori nel passare nottate intere a costruire la città, perché, come ricorda Fabio Reinhart, di giorno bisognava lavorare per guadagnarsi da vivere.
Aldo Rossi, Eraldo Consolascio, Bruno Reichlin e Fabio Reinhart hanno lavorato mesi per comporre quest’opera e, allo stesso modo, anch’io ho impiegato tempo nel decifrarla, nel cercare le immagini, nel digitalizzare le pagine dei libri, talvolta lasciando spazio alla mia curiosità, leggendone i testi e rendendo il tessuto cittadino più fitto e ricco di colori.
Il progetto si rivela così lo strumento moderno che noi tutti abbiamo a disposizione per arricchirci personalmente, e dal tempo che dedichiamo al suo utilizzo, nasce l’affezione che ci lega ad esso.
Il lavoro ha richiesto tempo e passione. All’inizio i riferimenti arrivavano veloci, ma man mano che il puzzle si completava recuperare un riferimento diventava sempre più difficile e lungo. Giusto per citare un caso, l’ultimo riferimento è stato trovato grazie all’aiuto di Beatrice Lampariello, e ha richiesto mesi di ricerca, eseguita nei ritagli di tempo che il mio dottorato all’EPFL mi ha potuto permettere. La ricostruzione delle tracce è stata talmente lunga e diluita, che tuttora non saprei dire esattamente quanti segni compongano La Città Analoga. Onestamente direi 42.
La mappa è parte di un’installazione digitale presente all’esposizione. L’installazione consiste in un tavolo, sulla cui superficie è riprodotta La Città Analoga e dalla quale, grazie alle tecniche di augmented reality, è possibile estrudere tutti i riferimenti che la compongono e renderli interattivi: inquadrando il piano con il tablet, lo schermo ripropone la ripresa della fotocamera arricchita di riferimenti virtuali. Questi elementi sono i segni che compongono la città analoga. Essi fluttuano sovrapposti ai riferimenti del piano, invitando a scoprire ed esplorare il collage della Città Analoga, attraverso la decostruzione (Figura 2).
La mappa, nella sua forma di pubblicazione, propone una situazione analoga a quella del museo: scaricando l’applicazione, è possibile interagire con la mappa riproponendo a casa l’esperienza che i visitatori fanno al museo.
Come direbbe Italo Calvino (2005), la mia operazione è stata una sottrazione di peso. I riferimenti della Città Analoga sono stati liberati, staccati dall’opera e resi fluttuanti. Questa operazione ha rivelato nuove relazioni tra i riferimenti, creando così nuovi significati: nuovi discorsi che trovano fondamento sulle tracce della città, per ricordarsi che La Città Analoga non è un lavoro statico, ma piuttosto una città viva, in movimento.
L’opera infine perde l’orientamento verticale, tipico del dipinto, per diventare mappa di città e luogo d’incontro nel caso dell’installazione museale. L’intenzione è quella di dare vita a uno spazio che sia anche punto d’incontro, come una piazza, e qui arricchire il luogo di discorsi personali, di storie, di gente, perché non bisogna dimenticare che, come ricorda Rossi (2009) nella sua Autobiografia Scientifica, “il progetto era solo un pretesto per un coinvolgimento generale”.
Bibliografia
- Calvino, Italo. 2005. Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio. Milano: Mondadori.
- Celant, Germano, e Stijn Huijts, a cura di. 2015. Aldo Rossi: Opera Grafica: Etchings Lithographs Silkscreen Prints. Cinisello Balsamo: Silvana Editoriale.
- Rossi, Aldo. 2009. Autobiografia scientifica. Milano: Il Saggiatore.
- Secchi, Bernardo. 2000. Prima lezione di urbanistica. Roma-Bari: Laterza.
Didascalie per La Città Analoga
Fabio Reinhart, maggio 2015
Di seguito, alcune annotazioni utili all’orientamento dei visitatori. Parole e schemi espongono le principali scelte compositive degli autori.
Le città materializzano le molteplici, disparate e mutevoli vite individuali e collettive di generazioni di abitanti; ne accolgono esigenze, desideri, conoscenze… Sogni, paure, speranze, e molto altro ancora: tutto, per farla breve. Inoltre ne registrano i mutamenti imposti dalle bizzarrie della sorte, capaci di esaltare o annientare con l’irresponsabile leggerezza dell’indifferenza. La complessità è connaturata alla città.
Questo primo tratto distintivo di inenarrabile enormità è alluso al primo colpo d’occhio dall’eterogeneo, molteplice, contraddittorio insieme: eterogenee le rappresentazioni, le forme e le scale dimensionali; molteplici le linee compositive, le direzioni, i centri, le simmetrie e i punti di fuga; contraddittori e conflittuali i principi ordinatori.
L’incipit è teatrale e barocco. Una figura misteriosa – un angelo? La giovinezza? La bellezza? Il nunzio, per gli autori – accoglie e interpella singolarmente ogni visitatore con lo sguardo e, con il gesto perentorio di braccio e indice protesi, lo indirizza direttamente al centro della composizione tra cremagliere, ruote dentate, perni e volani di una macchina inarrestabile.
Alla percezione del suo moto perpetuo dovrebbero provvedere i principi della psicologia della forma (della Gestaltpsychologie); gli autori vi hanno fatto affidamento. Hanno pure confidato che, per una specie di induzione, i conoscitori dell’opera di Jean Tinguely la sentissero pure stridere, ansimare, sbuffare e gemere.
L’impianto della tavola è spaziale.
Sul piano verticale (xz) è raffigurata la planimetria e parte della veduta cittadina. Dietro, implicito, è l’ignoto, buio spazio siderale dal quale affiora il nunzio. D’innanzi è collocato quanto “sta prima” della città: l’orografia e l’uomo, impasto di ragione e sentimento.
Dal piano orizzontale (xy), corrispondente alla superficie delle acque, emerge la conformazione delle terre. Sotto, implicito, sprofonda lo spazio dei tempi geologici e della storia dimenticata o perduta, allusa dalla città sommersa.
D’innanzi si erge e distende il primo piano, elemento canonico della veduta.
Lo compongono la razionalità di solidi regolari necessaria al governo dello spazio, l’ordine dell’architettura, complice di ragione e sentimento e, infine, gli oggetti d’affezione, tabernacoli dei sentimenti.
La veduta descrive la prima e immediata immagine della città e la rapporta al territorio.
Alla Città Analoga si giunge dalle acque, come dire “dal mare”, da ogni dove. Vi si accede attraverso la nuova porta cittadina, esempio di analogia e chiave di interpretazione della tavola.
Un secondo accesso immette direttamente nella planimetria.
È celato e segreto come era allora vivissima la nostra speranza di realizzare il progetto di restauro per il Castel Grande di Bellinzona (A). Un aereo traliccio, percorribile tra la stratificazione delle mura difensive, e un’aerea scaletta a chiocciola, sospesa sopra i resti della torre angolare, avrebbero restituito i camminamenti e la torre senza ricorrere a ricostruzioni; avrebbero contrapposto la provvisorietà dell’uomo e la precarietà dei manufatti ai tempi lunghi della storia, alla permanenza di profonde e radicate esigenze storiche; avrebbero fuso in un’unica esperienza le emozioni prodotte da vertiginose distanze spaziali e temporali.
Traliccio e scala a chiocciola sarebbero stati un eccellente viatico per il visitatore desideroso di cogliere lo spirito della città che si appresta a visitare, di comprendere come la città si possa trasformare e, al tempo stesso, mantenere inalterato il proprio carattere, conservare la memoria di sé.
La planimetria riunisce tre parti che si sovrappongono e s’intersecano nei modi impiegati da Magritte nel suo “Le Blanc-seing” del 1965: la città reale (B), la città della memoria (C) e la città ideale (D).
Per mimare la realtà, i numerosi interventi puntuali sulla planimetria sono stati affidati alla responsabilità del singolo autore. Sovrapposto alla città reale, in uno spazio domestico alluso da due linee e una lampadina, un abitante-spettatore – Aldo Rossi poeta, secondo Ton Quik – scruta dalla finestra un abissale scorcio storico fin dentro il cuore mitologico della città occidentale.
Da tavola a mappa
Fabio Reinhart, giugno 2015
“La città analoga” è animata dalla mutazione analogica; più precisamente, dal rapporto tra analogia, memoria e identità.
La tavola focalizza nei modi della veduta e della rappresentazione cartografica questo fenomeno diffusissimo e intrinsecamente meraviglioso.
Ogni forma di vita – sia biologica sia culturale – lo manifesta così da essere sovente identificato con il processo vitale stesso, con la vita stessa. Ognuno lo incarna e ne ha intima consapevolezza: vivere è trasformarsi rimanendo se stessi, conservando la memoria di sé.
Un ulteriore esempio è ora sotto i tuoi occhi, ed è pure opportuno poiché mostra separatamente i due momenti rivelatori di ogni trasformazione: il prima e il dopo, la forma iniziale e quella conclusiva.
Distingue quanto nella tavola è presente solo in filigrana, con rimandi affidati alla memoria: “La città analoga”, assecondando la natura autoreferenziale dell’architettura, è costituita dalla stratificata sedimentazione di molte città che, nel loro insieme, restituiscono il disegno della sua genealogia sociale e culturale.
Ora, tra le mani non hai “La città analoga”, o una sua riproduzione più o meno fedele e accurata, bensì la “Mappa della Città Analoga”, ovvero, la stessa realtà calata in una forma analoga.
L’identità del contenuto di tavola e mappa – entrambe presentano la medesima realtà – permette di cogliere specificità e implicazioni delle mutazioni analogiche.
La mappa è un’interpretazione della tavola, una sorta di re-invenzione all’interno di una nuova realtà sociale e culturale: identico il contenuto, mutate la materialità e le dimensioni.
Per brevità, due sole osservazioni riguardo quest’ultimo aspetto.
I due metri per due della tavola originale rispondono a contingenze, all’evento espositivo e allo spazio nel quale andava collocata.
Il puro dato dimensionale implica disparati aspetti. Esige una presentazione verticale; determina la posizione eretta, le posture e gli spostamenti del visitatore; ne condiziona la percezione e, con essa, le possibilità di comprensione.
Per esempio, l’altezza degli occhi dell’osservatore coincide con l’orizzonte disegnato al centro; il pavimento sul quale poggiano i suoi piedi viene a corrispondere con il piano sul quale avanzano le quattro figure sotto le Pleiadi. Le condizioni spaziali facilitano allo spettatore il riconoscimento della propria collocazione in rapporto all’opera.
La tavola si rivolgeva al pubblico della 14. Mostra internazionale di Architettura della Biennale di Venezia del 1976. Oggi testimonia quali competenze gli autori ritenevano legittimo ascrivere a un pubblico mediamente colto, sollecitato a riconoscere convenzioni figurative ed elementi storici e artistici con radici affondate in tempi e spazi anche lontani.
Ora, la tavola trasfigurata in mappa diventa uno strumento più agile, addirittura tascabile. Quale comune oggetto d’uso, si ripropone come rappresentazione cartografica di un territorio, fornita delle usuali informazioni utili alla visita e probabilmente indispensabili alle ultime generazioni, a chi deve superare il divario culturale maturato in quarant’anni.
Il sovrapporsi di analogie produce una sorta di gioco di specchi. La mutazione subita dalla tavola è analoga a quella rappresentata: la trasfigurazione di una città che si rinnova rimanendo se stessa; o, detto in altro modo, la mappa sta alla tavola come “La città analoga” sta alla città.
La natura del contenuto rimane identica. E tavola, mappa e il testo di Aldo Rossi sono la dichiarazione di poetica condivisa dagli autori.
In essa sono racchiusi fondamento e senso del loro lavoro professionale progettuale e didattico.
Infatti, solo l’assoggettamento a linee guida vagliate criticamente può affrancare dal lavoro servile, contraddistinguere l’operatore responsabile, e permettere all’artista di aspirare alla pienezza espressiva.
Se – come noto – le convenzioni verbali beneficiano di maggiore stabilità rispetto a quelle figurative, lo scritto di Aldo Rossi usufruisce di questa condizione e conserva freschezza e leggibilità: non necessita perciò né di riscritture né di note.
Tuttavia, deve solo alla sua acutezza se la diagnosi e i rimedi espressi mantengono intatta la loro attualità e quarant’anni di pessima gestione del territorio aggiungono loro il tratto dell’urgenza.
Testo e immagini de “La città analoga” sono complementari e formano un tutto.
Le parole raccontano fatti e pensieri, le immagini li suscitano (o risuscitano) istantaneamente e concorrono al loro ricordo, come ben sa chi vive e interroga città e monumenti.
Senza di esse – probabilmente – non leggeresti il testo che le accompagna e, in seguito, non accadrebbe quanto ti auguro: che tu ti chieda quale sia, sarà o potrebbe essere la tua poetica. Se così fosse, sperimenteresti una loro ulteriore proprietà: le immagini possono accendere la curiosità che illumina le vie della conoscenza e, talvolta, anche la strada maestra della propria vita, non solo professionale.
-
La mostra si è inaugurata il 25 giugno 2015 al Bonnefantenmuseum di Maastricht e si è protratta fino al 15 novembre 2015, per poi spostarsi all’École polytechnique fédérale de Lausanne (Archizoom) e alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo (GAMeC). Ha riunito cento incisioni della collezione del museo insieme a quaranta disegni e dipinti da collezioni private, arricchiti da matrici e prove di stampa. ↩